Giuseppe Costa, di Custonaci, deve tornare in carcere per scontare quattro anni e sette mesi di reclusione. Il Tribunale della Sorveglianza di Milano ha revocato la libertà anticipata che gli era stata concessa, uno sconto di 1.800 giorni, perché la sua appartenenza a cosa nostra trapanese è rimasta intatta. Costa è uno degli uomini che parteciparono al sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo: mise a disposizione dei rapitori la propria casa a Purgatorio, frazione di Custonaci, e costruì la cella in cui il bambino fu rinchiuso.

Il bambino fu sequestrato perché il padre aveva scelto di collaborare con la giustizia. Fu ucciso dopo 779 giorni di prigionia. Chi costruì la sua cella uscì dal carcere nel 2017 e riprese subito a fare affari con la mafia.

**Il meccanismo.**
La revoca non è arrivata per un nuovo delitto. Il giudice ha scritto che Costa, durante la detenzione e dopo la scarcerazione, ha goduto del sostegno economico dell'associazione, per il tramite del pregiudicato mafioso Pietro Virga. La cosca pagava anche le spese processuali del suo uomo. Il beneficio, concesso per la buona condotta carceraria e per la partecipazione alle attività trattamentali, è crollato quando è emerso chi pagava il conto.

La storia giudiziaria di Costa parte dal procedimento "Leoluca Bagarella + 66": condannato in primo grado a trent'anni, ridotti a venticinque in appello, per associazione mafiosa e sequestro di persona. Scarcerato nel 2017, ha ripreso i rapporti con i vertici dei mandamenti di Trapani e Mazara del Vallo e si è ritagliato un ruolo nell'aggiudicazione illecita di appalti attraverso un impianto di calcestruzzi: altri dodici anni di condanna. Poi l'operazione Scialandro, nell'ottobre 2023, contro le famiglie mafiose di Custonaci, Trapani e Valderice: quattro anni e dieci mesi per associazione, trasferimento fraudolento di beni ed estorsione, con allevatori costretti a intestarsi il bestiame comprato dal mafioso.

**Le conseguenze per i deboli.**
Il sistema ha funzionato a lungo a senso unico: il detenuto modello veniva premiato mentre la cosca lo manteneva. La famiglia Di Matteo ha aspettato anni per vedere riconosciuta la verità sulla morte del bambino, strangolato dopo 779 giorni di prigionia. Il carceriere intanto collezionava sconti di pena e tornava a fare affari.

Oggi chi costruì la cella torna in cella. Ma il meccanismo resta: la buona condotta come certificato di redenzione, i benefici come merce di scambio, l'organizzazione che aspetta il suo uomo fuori dal cancello.

**La domanda.**
Quanti altri detenuti modello stanno scontando la pena con lo stipendio della cosca, senza che nessun tribunale della sorveglianza abbia ancora guardato i loro conti?