ACQUA INQUINATA A TRAPANI, IL COMITATO PASSA ALLA DIFFIDA — Cinque mesi di divieti e ordinanze: centinaia di firme contro il silenzio del Comune

Il comitato spontaneo “L’acqua è un diritto di tutti” invierà nei prossimi giorni una diffida al Comune di Trapani, a Palazzo D’Alì, sostenuta da centinaia di firme raccolte in città. Il Comune avrà sette giorni di tempo per rispondere. L’oggetto è l’inquinamento dell’acqua che da mesi interessa diverse zone dell’abitato. Il primo divieto di utilizzo è stato disposto il 12 marzo. Il 24 luglio è arrivata una nuova ordinanza, dopo ulteriori episodi di contaminazione.

Cinque mesi di divieti, zero cause individuate. La macchina amministrativa sa dire ai cittadini cosa non bere, ma non sa dire chi ha rovinato l’acqua.

Il meccanismo

Il quadro tecnico racconta da solo l’impasse. Le contaminazioni interessano aree della città anche distanti tra loro, e proprio questa distribuzione rende difficile risalire a una causa unica. Tradotto: più la rete si estende, più ampia può essere la dispersione delle responsabilità. Ogni ipotesi apre un ramo diverso di indagine, ogni indagine richiede tempo, e nel frattempo l’ordinanza proroga il divieto. Il cittadino riceve il divieto, non riceve la soluzione.

Qui sta l’ingranaggio: emergenza dichiarata, gestione d’emergenza, nessun piano strutturale reso pubblico. Le ordinanze si susseguono come i capitoli di una serie senza finale. Marzo, luglio, e ora agosto con la diffida. L’amministrazione ha gestito il problema come un comunicato, il comitato lo riporta alla sua natura vera: una questione di salute pubblica e di responsabilità accertabili.

Le conseguenze per i deboli

Chi ha un pozzo privato o un filtro costoso se la cavano. Chi paga la bolletta e beve quella che esce dal rubinetto no: acquistare acqua imbottigliata è una tassa silenziosa che grava sulle famiglie numerose e sui pensionati. I piccoli commercianti che usano acqua per lavoro portano un costo in più senza saperne l’origine. E chi abita nelle zone più popolari, spesso le ultime ad essere informate, resta più a lungo nell’incertezza.

La diffida cambia il terreno di gioco: sette giorni non sono una scadenza burocratica, sono un ultimatum civico. Se il Comune risponderà con generiche rassicurazioni, il passo successivo sarà probabilmente la magistratura. E l’acqua sporca diventerà un fascicolo.

La domanda