**Trentaquattro anni da via D'Amelio.** Trentaquattro anni da quel pomeriggio di luglio in cui una Fiat 126 imbottita di tritolo uccise Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. L'agenda rossa non è mai stata ritrovata. I depistaggi sono stati smontati uno dopo uno, ma la verità piena — quella che il giudice portava con sé quel giorno — resta sepolta sotto le macerie.

La domanda che pochi si pongono è: cosa resta della lezione di Borsellino, oggi, in una Sicilia dove la lotta alla mafia arretra mentre la politica litiga sulle poltrone?

Il meccanismo

Pubblicità

Il meccanismo del silenzio si è evoluto. Non è più la lupara a dettare legge. È un'omertà più sofisticata, fatta di depistaggi giudiziari e indagini che si perdono nei decenni. Trentaquattro anni per non trovare un'agenda. Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte lo dice chiaramente: «Gli inquirenti ci segnalano arretramento nella lotta alle mafie». Non è un'opinione. È un allarme che arriva da chi ogni giorno combatte sul campo. E la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein rincara: «Contro la mafia bisogna fare il contrario di quello che ha fatto questo governo». Parole pesanti, che arrivano nel giorno in cui la memoria di Borsellino viene contesa tra un evento istituzionale e le dichiarazioni di Leoluca Orlando, che accusa la Commissione Antimafia di «depistaggio istituzionale».

Il quadro è desolante: mentre il Paese celebra Borsellino, la politica lo usa come bandiera da sventolare contro l'avversario. E la lotta alla mafia? Arretra, come dicono gli inquirenti. Le confische rallentano, i fondi per il riutilizzo sociale dei beni sequestrati si assottigliano, le interdittive antimafia diventano meno efficaci.

Le conseguenze per i deboli

Chi paga l'arretramento nella lotta alle mafie? Non i politici che litigano sulle poltrone. Pagano i commercianti di Palermo che ancora subiscono il pizzo. Pagano i lavoratori delle cooperative che gestiscono beni confiscati, con stipendi in ritardo e appalti bloccati. Pagano i ragazzi delle periferie, per i quali l'unica alternativa alla mafia resta l'emigrazione. Pagano gli imprenditori onesti che concorrono con imprese che usano capitali illeciti. L'arretramento di cui parla Conte non è una categoria astratta: sono posti di lavoro che non nascono, sono territori che restano in mano ai clan, sono giovani che continuano a crescere senza alternative.

La domanda