Il 14 agosto il Foglio pubblica un articolo firmato da Luciano Violante, Pietro Grasso e Giuseppe Ayala: «Falcone non avrebbe cenato con Lavitola». Nella rubrica «Ma mi faccia il piacere» del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio liquida la questione con una battuta: «Lavorava solo nel governo di Giulio Andreotti». Maria Falcone risponde con un testo integrale: «È una frase che trovo indegna, un esempio di cattivo giornalismo, costruito sulla battuta anziché sulla verità dei fatti».
Trentaquattro anni dopo Capaci, il nome di Giovanni Falcone torna a servire una polemica politica. La battuta è il veicolo preferito della delegittimazione: costa poco, si ricorda in fretta, e la verità dei fatti resta indietro.
**Il meccanismo.**
Maria Falcone ricostruisce la storia. Nel 1991 Giovanni Falcone accetta l'incarico di direttore generale degli Affari penali al Ministero della Giustizia. Non si avvicina alla politica: è Palermo, in qualche modo, a costringerlo ad andare via. Era stato progressivamente isolato, delegittimato e ostacolato, proprio mentre conduceva la battaglia più difficile contro Cosa nostra. Al ministero non abbandona la lotta: la porta nel cuore dello Stato. In quindici mesi costruisce l'architettura dell'antimafia italiana: la Direzione nazionale antimafia, le Direzioni distrettuali, la Dia, il coordinamento delle indagini, il rafforzamento degli strumenti legislativi e della collaborazione con la giustizia.
Le parole di Maria Falcone non lasciano margini: «Giovanni non apparteneva a un governo, non apparteneva a un partito, mentre oggi molti rincorrono seggi e poltrone. Giovanni Falcone apparteneva e appartiene allo Stato, alla Repubblica e a tutti gli italiani». La polemica non nasce dal nulla: è il campo della memoria, dove ogni battuta può diventare arma. Chi la usa sa che una frase breve vince su una ricostruzione lunga.
**Le conseguenze per i deboli.**
La memoria non è un lusso: è lo strumento con cui una comunità riconosce chi ha pagato per lei. Quando la storia di Falcone si riduce a una battuta, perdono i familiari delle vittime, perdono gli studenti che dovrebbero imparare la differenza tra un servitore dello Stato e un uomo di potere, perdono i cittadini che hanno bisogno di sapere che la lotta alla mafia ha avuto capi veri. Francesca Morvillo, Paolo Borsellino, gli uomini delle scorte: «Se non si riesce ad avere rispetto della loro storia, qualche volta il silenzio è la scelta più dignitosa».
**La domanda.**
Chi guadagna quando la memoria di Falcone diventa argomento di polemica? E quanto può resistere l'antimafia se si consegna alle battute?