Tre capannoni industriali distrutti dalle fiamme. L'autostrada Palermo-Catania bloccata per ore all'altezza di Termini Imerese. Il fumo invade le carreggiate, le auto ferme in coda. La sindaca parla di "vasto incendio" nella zona industriale. La Protezione Civile lo definisce "circoscritto". Nessun ferito, ma i danni sono ingenti.
"Non è un incidente. È la conseguenza di un'estate in cui la Sicilia brucia perché la prevenzione è stata smantellata." Ieri il Gargano, oggi Termini Imerese, domani chissà. Il quadro è sempre lo stesso: roghi che divampano in aree industriali e rurali, alimentati da una siccità che non dà tregua e da una rete di prevenzione che non funziona.
Il meccanismo
Il meccanismo dell'incendio estivo in Sicilia è un ingranaggio perfetto. Primo: la siccità. La Regione ha emesso l'avviso numero 153 per rischio incendi e colpi di calore, l'ennesima ondata di caldo anomala con temperature vicine ai 40 gradi. Secondo: la vegetazione secca, pronta a bruciare. Terzo: il vento, che trasforma un focolaio in un rogo. Quarto: l'assenza di prevenzione. Bonelli lo ha detto chiaramente: "L'Italia ha smantellato la prevenzione e adesso brucia." I dati parlano di 40.000 ettari bruciati dal 1° gennaio, contro una media di 22.220: un aumento dell'81%.
A Termini Imerese il rogo ha colpito la zona industriale. Tre capannoni. Attività produttive. Lavoro. Il fumo ha chiuso l'autostrada, rallentato i trasporti, bloccato la logistica.
Le conseguenze per i deboli
Le conseguenze sono multiple. Per i lavoratori dei capannoni distrutti, che perdono il posto. Per le loro famiglie, che da domani non avranno più uno stipendio. Per i piccoli imprenditori che vedono andare in fumo anni di lavoro. Per i pendolari bloccati in autostrada. Per l'ambiente: la macchia mediterranea — già provata dalla siccità — ridotta in cenere, l'aria irrespirabile per chilometri, il paesaggio della costa tirrenica deturpato da un rogo che si poteva prevenire. Chi paga? I soliti: i lavoratori, i residenti, l'ecosistema.