Il procuratore capo di Palermo, Maurizio De Lucia, ha detto una cosa che nessuno vorrebbe sentire: «Le carceri non sono più sotto il controllo dello Stato». Parole pronunciate il 24 luglio 2026, durante un incontro sul racket del pizzo organizzato da Assostampa.

Non è un allarme improvviso. Già un anno fa il capo della Direzione Nazionale Antimafia, Gianni Melillo, aveva denunciato la situazione ingestibile delle carceri italiane. Oggi De Lucia porta i fatti: negli istituti di pena si organizzano call conference tra chi sta dentro, chi sta fuori e chi è in un altro carcere. Dai detenuti partono ordini di danneggiamenti, intimidazioni e richieste di pizzo. Qualche settimana fa la Procura ha scoperto acquisti di munizioni fatti dal carcere da un trafficante di armi. Le carceri non esplodono, ha detto De Lucia, solo perché i detenuti non vogliono farle esplodere. Il controllo appartiene alle organizzazioni criminali.

Il meccanismo

Il sistema è semplice. Da un lato, il sovraffollamento: una quantità di detenuti superiore alla capacità delle strutture, senza adeguata assistenza, con molti tossicodipendenti che non dovrebbero stare in cella. Dall'altro, l'assenza dello Stato: agenti penitenziari lasciati soli, carceri fatiscenti come l'Ucciardone di Palermo dove le fogne sono a vista in cucina. In questo vuoto, le organizzazioni criminali hanno costruito una rete parallela di comando. Cellulari introdotti illegalmente permettono di gestire affari, estorsioni e traffici dall'interno. Il carcere non è più un luogo di pena: è un ufficio distaccato di Cosa Nostra.

Le conseguenze per i deboli

A pagare sono i cittadini palermitani. Da mesi la città vive un allarme sicurezza fatto di attentati e violenze. La Procura ha arrestato alcuni responsabili, ma indaga ancora sui mandanti. De Lucia ha denunciato una recrudescenza del racket, soprattutto nelle periferie. «Non ci sono parti del territorio che oramai sono esenti dal fenomeno del pizzo», ha detto. Nel quartiere San Lorenzo, la mafia ha ripreso il controllo con una strategia precisa: il ritorno alla violenza. Ma non basta: in circolazione ci sono armi da guerra, non solo Kalashnikov ma anche bombe ad alto potenziale, provenienti dai Balcani e dal conflitto ucraino. «Gli armamenti vengono diffusi nelle reti europee ma anche nella realtà siciliana», ha spiegato il procuratore. Quando il carcere diventa un centro operativo della criminalità, chi sta fuori paga il conto.

La domanda