La Corte d'appello di Palermo ha confermato le condanne per i boss di Pagliarelli: Settimo Mineo a 21 anni, Massimo Mulè a 11 anni e 4 mesi. Assolto Vincenzo Ganci, il dipendente comunale di Misilmeri finito in carcere con l'accusa di essere un uomo d'onore. Aveva già scontato 5 anni e mezzo di reclusione.
I boss restano dentro. Ma la domanda che pochi si pongono è un'altra: come ha fatto un uomo a marcire in carcere per cinque anni e mezzo prima che la Cassazione annullasse la condanna? La presunzione di colpa, in Italia, pesa più della presunzione di innocenza.
Il meccanismo
Il processo "Cupola 2.0" era nato dalle indagini della DDA di Palermo e aveva ricostruito le riunioni mafiose nella borgata di Pagliarelli, il quartiere storicamente controllato da Cosa Nostra, con Settimo Mineo che presiedeva il summit. Ganci era finito nella rete per una tentata estorsione a un ambulante di Misilmeri. In primo e secondo grado era stato condannato a 8 anni e 8 mesi. Poi la Cassazione ha smontato l'impianto accusatorio e la Corte d'Appello lo ha assolto. Il meccanismo giudiziario, quando sbaglia, non restituisce il tempo. Lo cancella e basta.
Le conseguenze per i deboli
Ganci, dipendente comunale e candidato alle amministrative, ha perso 5 anni e mezzo della sua vita in cella. Un tempo che nessuna sentenza di assoluzione potrà restituirgli. I legali parlano di "ingiusta detenzione". Ma l'uomo, il lavoro, la reputazione — chi glieli restituisce? Intanto le condanne confermate per i veri boss confermano che Cosa Nostra esiste ancora, tesse le sue riunioni, spartisce il territorio. I danni morali e materiali sono incalcolabili, ma le parti civili — Addiopizzo, Confcommercio, Sos Impresa, Confcommercio, Sos Impresa, Sicindustria — dovranno essere risarcite. Ma il danno sociale è profondo: la paura che Cosa Nostra continua a seminare nei quartieri di Palermo, la rassegnazione di chi subisce il pizzo, il silenzio di chi ha paura a parlare. Non si quantifica in una sentenza.