La Corte reputa provata con certezza una strategia mafiosa di attacco allo Stato, varata alla fine del 1991. Due riunioni dei vertici di Cosa Nostra, convocate da Salvatore Riina, allora capo assoluto dell'organizzazione: la commissione regionale e la commissione provinciale di Palermo. In quella del dicembre 1991, tenuta nella casa di Girolamo Guddo, tutti i capi mandamento accolsero con assoluto silenzio la decisione di uccidere Salvo Lima e altri politici: Salvo, Mannino, Vizzini, Andò. E alcuni magistrati, quelli considerati nemici.
La notizia è dentro la sentenza d'appello sulla Trattativa: la strage non fu un'esplosione di follia, fu una delibera collegiale. L'organizzazione decise, i capi mandamento annuirono in silenzio, e chi era stato eletto per onorare i patti pagò per averli traditi.
Il meccanismo
Il maxi processo aveva rotto le aspettative. I mafiosi attendevano la sostituzione del presidente Carnevale, sul quale riponevano fiducia; l'intervento attribuito a Falcone portò alla guida del collegio un altro presidente. Da lì la decisione di reagire con punizioni esemplari. La frase che riassume tutto è di Riina, riferita da Filippo Malvagna a proposito della riunione della commissione regionale tenuta a Enna tra la fine del 1991 e l'inizio del 1992: «qua bisogna prima fare la guerra per poi fare la pace».
L'omicidio Scopelliti, nell'agosto 1991, era stato l'eccezione calabrese: serviva a evitare il collegamento diretto con il processo. Poi arrivò la sigla con cui rivendicare i delitti del biennio 1992-93, a cominciare dall'omicidio Lima: la Falange armata. Delle riunioni hanno riferito collaboratori di giustizia di comprovata affidabilità, come Antonino Giuffrè, Giovanni Brusca, Filippo Malvagna e Ciro Vara, che raccontò di avere incontrato Piddu Madonia, capo della provincia di Caltanissetta, in vista della sentenza che la Cassazione stava per pronunciare sul maxi processo.
Le conseguenze per i deboli
Quella strategia costò la vita a Lima, ai magistrati, agli uomini delle scorte. Colpì anche la parte di classe politica che con Cosa Nostra non aveva mai trattato: l'effetto intimidatorio doveva raggiungere tutti, complici e innocenti. La Sicilia intera fu presa in ostaggio: chi governava sapeva che il dissenso poteva costare la vita, chi subiva le stragi sapeva che lo Stato non riusciva a proteggerlo.
La domanda
La sentenza ricostruisce chi decise la guerra. Resta da chiedersi chi, nella politica che quelle aspettative le aveva create, ha continuato a trattare anche dopo la pace.