Tre appalti, tre imprese diverse, una sola regia. È la fotografia che esce dai verbali delle telefonate del 19 marzo 1990 conservati nel dossier Mafia e Appalti: la rete di Campofranco, la rete di Serradifalco e la rete di Fider di Serradifalco, tenute «separate» perché «ogni gara sarà aggiudicata da una impresa diversa».
Questa è la notizia. Ma la domanda che pochi si pongono è: quanti bandi, trentasei anni dopo, nascono ancora con il nome già scritto sopra?
Il meccanismo
Le intercettazioni, ripubblicate dal blog Mafie di Domani, mettono in scena la regia della CO.FA.PI., la società di Palermo intorno a cui ruotano l'amministratore Alfredo Falletta, il socio Luigi Picone e l'avvocato Scichilone. È Catalano a comunicare a Picone la spartizione: i tre appalti saranno aggiudicati a imprese diverse, e l'impresa che ne vincesse più di uno dovrà presentare una dichiarazione con l'ordine di preferenza dei lavori.
Il linguaggio è quello di chi parla di cose già decise. Un ingegnere deve consegnare «quella busta chiusa, sigillata con timbri e sigle» da portare «a quel nostro amico». Un altro chiede se esiste un'impresa con la categoria ANC 5/C, e la risposta è che basterebbe la 5/A «e non ci sono problemi», salvo il bando già uscito. Gli appuntamenti si fissano a Palermo, con il passaggio alla Commissione Lavori Pubblici dell'Assemblea Regionale.
Nella rete ci sono anche amministratori locali: Lillo Rocca, consigliere comunale di Resuttano iscritto alla Democrazia Cristiana, con una denuncia per interesse privato in atti d'ufficio alle spalle; Giampaolo Callaci, eletto assessore a Menfi nel giugno 1990. E c'è la riserva naturale: il vincolo esiste, ma il progetto è già approvato «così», e i problemi «usciranno successivamente».
Le conseguenze per i deboli
Chi perde sono i comuni dell'entroterra nisseno, Campofranco, Serradifalco, Resuttano: le reti idriche che aspettano da decenni, l'acqua pubblica trasformata in bottino. Chi perde sono le imprese che non stanno nel giro, costrette a guardare. Chi perde, alla fine, è il cittadino che paga opere decise al telefono, in una busta sigillata, trentasei anni prima che il dossier tornasse alla ribalta con la Commissione antimafia e la Procura di Caltanissetta.
La domanda
Quel «nostro amico» che aspettava la busta aveva un nome, una scrivania, una firma. La domanda è se oggi, in qualche stanza della Sicilia, si preparano ancora buste così.