Valter Lavitola, 60 anni, detenuto a Rebibbia, ha confessato davanti al gip di Roma di essere il mandante dell'attentato a Sigfrido Ranucci. La bomba del 16 ottobre 2025, gelatina da cava, è stata piazzata, secondo la sua versione, «per il suo bene».
Davanti al giudice, alla presenza dei pm della Dda di piazzale Clodio, l'imprenditore ha parlato per oltre cinque ore. «Ho fatto mettere quella bomba perché Ranucci era in pericolo, era minacciato», ha detto. «Una bomba per il suo bene, per fargli alzare i livelli di protezione». Nessun movente politico, ha aggiunto. Il difensore Sergio Cola lo definisce un «atto delittuoso».
Non è un caso che lo stesso giorno il conduttore di Report pubblichi un post intitolato «La voce che spaventa». Ranucci cita Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: «La storia italiana non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza: li uccide per eccesso di chiarezza. Muoiono per aver visto, un attimo prima degli altri, il disegno intero».
**Il meccanismo.**
La sequenza è netta. Un giornalista d'inchiesta subisce un attentato. L'uomo che lo ha ordinato finisce in carcere e confessa. E il giorno dopo il vicepremier Matteo Salvini chiede che il servizio pubblico «finanziato da tutti gli italiani» sospenda la collaborazione con la vittima. La Lega in Commissione Vigilanza Rai parla di «delirio». Fratelli d'Italia: «accostamento blasfemo», «lasci stare gli eroi nazionali». L'amicizia tra Ranucci e Lavitola, i contatti, le telefonate: tutto diventa materiale per togliere la voce a chi la usa. Il disegno è antico. Quando un uomo vede il quadro intero, la prima risposta è la pallottola. Se la pallottola fallisce, si prova con la censura. E chi chiede il silenzio lo fa a nome del servizio pubblico.
**Le conseguenze per i deboli.**
Chi perde è chi aspetta la verità. Il cittadino che paga il canone e crede che il servizio pubblico racconti i fatti. Il giornalista che domani saprà che denunciare un sistema può costare la carriera oltre che la vita. E la memoria di Falcone e Borsellino, usata come arma in una polemica, mentre chi li ha uccisi aspettava solo questo: che i loro nomi diventassero retorica.
**La domanda.**
Se a un attentato si risponde chiedendo la testa della vittima, che cosa resta di un'inchiesta che tocca il potere?