«Se un medico del 118 fosse arrivato tempestivamente sul posto, con grande probabilità Abderrahim Fakir si sarebbe potuto salvare». A dirlo è Mario Balzanelli, presidente della Società italiana sistema 118. Fakir, 42 anni, è morto durante un intervento delle forze dell’ordine. La manovra di contenzione con il viso a terra è stata «errata, rischiosa e mai indicata».
Non è solo la morte di un uomo. È la fotografia di un sistema che manda operatori senza medico sul posto, che usa tecniche sbagliate, che lascia morire un cittadino mentre è in mani dello Stato. Fakir era un lavoratore. Aveva paura di essere espulso. Le sue colpe? Debiti pagati nel 2012 e nessuna condanna recente.
Il meccanismo
Il meccanismo è fatto di tre ingranaggi che girano a vuoto. Primo: la carenza di medici del 118. Secondo: la mancanza di un protocollo nazionale per la gestione dell’agitazione psicomotoria. Terzo: l’assenza di controllo sulle manovre di contenzione. Quando questi tre ingranaggi si allineano, un uomo muore.
Il presidente del 118 è chiaro: il medico avrebbe potuto sedare Fakir, evitare la contenzione violenta, salvarlo. Ma il medico non c’era. Non è arrivato in tempo. Perché? Perché il sistema sanitario italiano è talmente smantellato che nemmeno il servizio di emergenza urgente può garantire la presenza di un medico su ogni chiamata.
Le conseguenze per i deboli
Fakir era un bracciante, un lavoratore immigrato. Aveva paura di essere espulso. La sua avvocata, Barbara Spinelli, lo ha detto chiaramente: «Era un essere umano che era nelle mani delle forze dell’ordine». E in quelle mani è morto. I pm acquisiranno le linee guida. La procura indaga. Ma la domanda resta: quanti altri Fakir devono morire prima che qualcuno installi un protocollo?
Ilaria Cucchi ha detto di aver rivissuto il dolore della sorella nel sentire le parole della nipote di Fakir. Perché la storia si ripete. Un uomo muore in custodia. Le istituzioni si interrogano. Le commissioni si riuniscono. E poi tutto tace fino al prossimo morto.