**La procura di Messina, guidata dal procuratore Antonio D'Amato, ha iscritto nel registro degli indagati per falsa testimonianza uno dei quattro custodi in servizio la sera del 15 agosto al Museo regionale, teatro del furto di sei tavole attribuite ad Antonello da Messina.** Il custode era stato convocato per un nuovo interrogatorio come persona informata sui fatti. Durante il colloquio i pm avrebbero rilevato ulteriori contraddizioni rispetto alle dichiarazioni precedenti. L'interrogatorio è stato interrotto e l'uomo iscritto nel registro degli indagati. Due delle opere sarebbero state abbandonate dai ladri durante la fuga.

Un museo viene svaligiato la sera di Ferragosto, e il primo ostacolo che l'inchiesta incontra non è la banda dei ladri: è la versione di chi era pagato per sorvegliare le porte.

Il meccanismo

Dietro ogni rapina in un istituto pubblico c'è una domanda tecnica semplice: come si entra, come si esce, chi vede e chi non vede. La risposta sta nei turni, nei dispositivi, nelle abitudini del personale. Quando un testimone interno cambia versione, poi la cambia ancora, e le contraddizioni crescono a ogni interrogatorio, l'indagine non rallenta: devia. Il falso testimone non protegga i complici per affetto, lo fa per paura, per denaro o per le sue responsabilità personali nella notte del furto. In tutti i casi l'effetto è lo stesso: tempo regalato ai malviventi e tracce che si raffreddano.

Non è la prima volta che un colpo ai danni del patrimonio pubblico trova un muro di reticenze al suo interno. Il patrimonio artistico siciliano è presidiato da strutture sottofinanziate, con turni ridotti e sistemi di videosorveglianza datati. In quel terreno la criminalità organizzata e comune lavora comoda, e quando serve, sa trovare qualcuno disposto a non ricordare.

Le conseguenze per i deboli

Le tavole di Antonello non appartengono a una élite: sono la memoria di una città che vive di identità e di turismo. Ogni opera trafegata è reddito mancato per guide, albergatori, negozianti, giovani che potrebbero lavorare grazie al flusso dei visitatori. E ogni depistaggio consuma le risorse di una procura che dovrebbe occuparsi di altro. Chi ci guadagna da questo silenzio non sono certo i messinesi.

La domanda