L'Adusbef di Agrigento è pronta a promuovere una class action contro Aica, la società che gestisce l'acqua. Il delegato Gaspare Di Maria ha scritto al sindaco: la distribuzione idrica è «assolutamente parziale e priva di ogni logica». In via Giovanni XXIII, dove insistono attività commerciali, abitazioni e studi medici, il turno del 6 agosto è saltato e anche quello del 10 agosto è stato rinviato. I calendari pubblicati, dice l'associazione, sono inveritieri.

Quando i cittadini di una città assetata devono rivolgersi a un'associazione di consumatori per chiedere acqua, il sistema ha già fallito due volte: una volta nella tubatura, una volta nelle istituzioni.

**Il meccanismo.**
Aica è una società partecipata: il Comune di Agrigento è socio dell'ATI e, secondo lo statuto, dispone di strumenti per intervenire sulla gestione. Strumenti che, secondo l'Adusbef, non vengono usati. La lettera al sindaco è anche una domanda: perché vengono privilegiate alcune zone rispetto ad altre? Nessuna risposta è arrivata. La società distribuisce l'acqua «come vuole», scrive Di Maria: turni annunciati e rinviati, zone privilegiate e zone abbandonate, senza che nessuno spieghi il criterio.

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La class action è l'ultima risorsa. L'associazione ha informato i vertici nazionali per procedere con un'azione collettiva di classe, sul modello dei casi Stellantis e Philips. Prima si chiede al socio pubblico di agire, poi si passa al tribunale: è la strada inversa di uno Stato funzionante.

**Le conseguenze per i deboli.**
Chi subisce sono le attività commerciali, che senza acqua chiudono; gli studi medici, dove l'igiene è condizione del lavoro; le famiglie che in agosto non possono lavarsi o cucinare. Chi può, compra l'autobotte. Chi non può, aspetta. E ad Agrigento, città dove la crisi idrica dura da anni, ad aspettare sono in molti: interi quartieri che hanno imparato a vivere con secchi e taniche, mentre i calendari dei turni vengono stampati e smentiti.

Il paradosso è che il socio pubblico tace. Il Comune, garante dello statuto societario, assiste alla distribuzione a singhiozzo senza convocare la società, senza chiedere un piano, senza spiegare ai cittadini. La stessa istituzione che dovrebbe garantire il diritto all'acqua osserva la società partecipata che lo viola, e non muove un dito.

**La domanda.**
Quanto deve durare ancora perché il Comune usi gli strumenti che lo statuto gli mette in mano?