Enna brucia da quattro giorni. Il comando dei vigili del fuoco ha disposto il raddoppio dei turni. A Nissoria le fiamme minacciano aziende agricole. Sulla statale 192 il fumo invade l'arteria. Il termometro tocca 46,2 gradi a Santa Croce Camerina.
L'Ennese nella morsa degli incendi: 5 squadre dei vigili del fuoco, squadre antincendio del Corpo Forestale, un elicottero, la Protezione Civile. E una provincia — tra le più povere della Sicilia — in ginocchio. Il forte vento, le temperature record, la vegetazione secca. La combinazione perfetta per il disastro ambientale.
Il meccanismo
Il meccanismo degli incendi estivi in Sicilia è un ingranaggio che si ripete identico ogni anno. Temperature che superano i 45 gradi. Siccità prolungata. Territorio non manutenuto. Boschi abbandonati, sottobosco che diventa esca. E poi la miccia: un mozzicone di sigaretta, un vetro rovente, un piromane. Il fuoco si propaga inarrestabile. I vigili del fuoco — raddoppiati i turni, esausti — combattono senza tregua. Ma non possono essere ovunque. Il sistema è reattivo, non preventivo. Si spengono gli incendi, non si prevengono. Non ci sono fondi stanziati per la pulizia dei sottoboschi, per la manutenzione delle strade tagliafuoco, per la sorveglianza nei periodi a massimo rischio. Ogni anno la stessa storia: i bilanci della Protezione Civile si aprono a luglio, quando le fiamme sono già alte. I vigili del fuoco, già sotto organico da anni, vengono raddoppiati nei turni, costretti a fare gli straordinari ininterrottamente.
Le conseguenze per i deboli
Chi paga? Gli agricoltori dell'Ennese che vedono le loro aziende minacciate dalle fiamme. I residenti che respirano fumo per giorni. I vigili del fuoco con turni raddoppiati, senza riposo. E l'ambiente: ettari di macchia mediterranea, di bosco, di terreno agricolo ridotti in cenere. Il danno ambientale si misura in anni di recupero. Ma i bilanci regionali non hanno una riga per la prevenzione: è più facile — e più visibile — spendere per spegnere che per prevenire.