Una maxi rivolta è scoppiata nel carcere di piazza Lanza a Catania. Decine di detenuti coinvolti, forze dell'ordine in tenuta antisommossa, ambulanze del 118, due detenuti feriti trasportati al Cannizzaro, sei agenti della penitenziaria feriti in modo lieve. Il carcere ospita 484 persone in uno spazio pensato per 279. Il 73% in più del limite.

Non è una rivolta. È un grido che arriva da celle che contano sette detenuti l'una, in un istituto dove il sovraffollamento non è un incidente ma una scelta politica che va avanti da anni.

Il meccanismo

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Il dato diffuso dall'associazione Antigone è impietoso: 484 detenuti per 279 posti regolamentari. Il 73% di sovraffollamento. Non succede per caso. Il dato di Antigone parla chiaro: siamo al 73% di sovraffollamento. In Europa solo la Romania fa peggio. E in Sicilia la situazione è tra le più critiche d'Italia. Succede perché la politica preferisce costruire carceri nuovi piuttosto che riformare un sistema penitenziario che produce solo dolore. Succede perché le misure alternative alla detenzione sono un tabù. Succede perché i detenuti in attesa di giudizio sono ancora troppi. A inizio luglio la stessa scena si era ripetuta nel carcere di Enna. Il 12 luglio, sempre a piazza Lanza, un detenuto in sorveglianza speciale aveva aggredito gli agenti. Il copione si ripete identico.

Le conseguenze per i deboli

Due detenuti feriti ai piedi. Sei agenti della penitenziaria feriti. I parenti fuori, con i colloqui sospesi. E poi ci sono i 484 reclusi, schiacciati in spazi che umani non sono più. Le celle con sette letti sono fabbriche di disperazione. E la disperazione, prima o poi, esplode. La collettività paga il conto: ore di emergenza, decine di agenti mobilitati, ambulanze, ospedali. Chi ci guadagna? Nessuno. Ma chi avrebbe potuto intervenire prima e non l'ha fatto sono i governanti che hanno tagliato la giustizia e riempito le carceri.

La domanda